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INTERVISTE - DINO BUZZATI

Sono passati molti anni dal giorno in cui sono andato a trovare Dino Buzzati per dirgli che avrei voluto realizzare un cortometraggio su di lui. Mi avevano descritto un individuo bizzarro, scontroso e scostante; bizzarra, caso mai, mi sembrò la sua casa, gremita degli oggetti più disparati e coperta, nelle pareti come nei soffitti, da quadri di tutte le dimensioni e di tutti i tipi (alcuni molto brutti, altri bellissimi). Di strano, nell’uomo, trovai solo una certa diffidenza, che scomparve non appena scoprimmo (e non ci volle molto) che amavamo gli stessi libri, gli stessi pittori, le stesse atmosfere.

Caduta quella specie di schermo protettivo (che suppongo derivasse da una innata timidezza), rimase soltanto un signore di mezza età, cortesissimo e perfino affabile, curiosamente démodé nei vestiti, nell’atteggiamento e nel modo di parlare: un gentiluomo molto montanelliano, molto "Corriere della Sera” vecchia maniera, per intenderci. Al punto da darmi - a me, tanto più giovane di lui - del “lei”.

Il cortometraggio lo realizzai, ma purtroppo non risultò essere una delle mie cose migliori, tant’è che ancor oggi tendo a farlo vedere il meno possibile. Però può valere la pena di riascoltare e trascrivere alcuni passi di un nastro inciso in quella occasione, brandelli di conversazione che ho lasciato inalterati e che ci restituiscono intatto l’uomo e l’artista.

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PARLARE DI SE STESSI

Le osservazioni sull’opera di uno scrittore non spettano a uno scrittore. Se mi domandano qual’è il mio tema precipuo, io non lo so qual’è. Siete voi che lo dovete dire; perché di solito l’artista (per carità, la parola artista ha sempre una certa presunzione) crede di fare una cosa, è convinto di fare una cosa e poi ne viene fuori una diversa, non so se mi spiego. Quindi la interpretazione, non solo la interpretazione ma la descrizione, la definizione di un’opera deve essere data da voi, non dall’autore.

LA CASA DI BELLUNO

Io non sono vissuto a Belluno da bambino: sono sempre vissuto a Milano, sono nato in vacanza, si può dire. La casa di Belluno è una casa che si trova circa a un chilometro e mezzo da Belluno città e che adesso a poco a poco verrà fagocitata dalla città che si espande sulla riva sinistra del Piave. In quella casa, che allora era proprio casa di campagna (adesso un po’ meno perché cominciano appunto ad avvicinarsi le case) si passavano circa tre mesi, perché mio padre praticamente era professore di Università, quindi aveva tre mesi di vacanza; ed è logico - o per lo meno consueto - che i ricordi dell’infanzia in quei posti siano fra i ricordi più forti che mi siano rimasti nella vita... e anche i più felici, in fondo.
Quella casa durante la prima guerra mondiale venne completamente saccheggiata e non rimasero che i muri; ciononostante, dopo essere stata riaddobbata con diversi mobili in forma più semplice, ha conservato e conserva ancora quel certo incantesimo che io sentivo da bambino. E ancora adesso, lo confesso, quando io ci vado, soprattutto in certi momenti, in certe ore, sento ancora quell’aria, quell’atmosfera che avevo percepito e assimilato così intensamente da bambino.

LE MONTAGNE

Per le montagne io, da ragazzo, ebbi una specie di passione terribile, da piangere di notte se non ci potevo andare, intere notti a piangere. Poi ho cominciato a andarci: io non sono mai stato un grande arrampicatore, però ho arrampicato molto, con amici prima, poi con guide, poi anche con sestogradisti di Belluno, dove ci fu un nucleo di sestogradisti molto importante negli anni Venti e Trenta.
Adesso, per dire quanto di quei ricordi siano rimasti nei miei scritti bisognerebbe passare libro per libro.
Il primo libro, che si chiama Barnabo delle montagne, è una storia di guardaboschi - anzi: guardiaboschi - che si svolge in una zona di montagne dolomitiche inesistente. In questo Barnabo evidentemente ci sono dei ricordi precisi di montagne, ma quali sono queste montagne? Non direi le grandissime Dolomiti, le pareti tipi Civetta, tipo Pelmo. No: piuttosto delle montagne... come si può dire?, le montagne della riva sinistra del Piave, del gruppo che si chiama Monfalcone di Toro, che si trovano praticamente sopra Calalzo, a est di Calalzo: gruppo che adesso sarà più frequentato perché ci saranno più rifugi, ma quando ci andai io - parlo del ‘29 e del ‘30 - c’era pochissima gente che ci andava, era un gruppo praticamente abbandonato.
Il secondo libro era intitolato Il segreto del Bosco Vecchio ed era ambientato in un bosco di montagna, in cui le montagne non avevano nessuna importanza. Aveva importanza invece il bosco. Ha qualche riferimento a mie esperienze questo bosco immaginario? No, direi di no. Si capisce: i ricordi dei boschi attraversati andando in montagna, i ricordi delle montagne, i ricordi delle valli si affastellano nella memoria ma è normale ricavarne qualchecosa di nuovo che non si può riferire a un punto preciso topograficamente.
Un riferimento topografico vago, in fondo la sensazione, l’idea di questo deserto del nord che si apriva ai piedi della fortezza Bastiani - fortezza che si trovava su un valico di montagne piuttosto precipitose - mi è venuta sicuramente dalla visione della pianura del nord che si ha dalle cime delle Dolomiti di Sesto, come per esempio la Croda Rossa di Sesto, la Croda dei Tre Scaperi, la Cima 11. Io sulla Croda dei tre Scaperi ci andai da ragazzetto: e da quelle cime lì c’è la valle Pusteria sotto, dopo di cui c’è un colle, una linea di colline verdi piuttosto rilevate ma non alte, e subito dopo questa pianura, o meglio sembra che sia pianura, che si perde verso le nebbie e le brume del settentrione.

IL TEMPO E LA MORTE

La sensazione del tempo immobile non sono in grado di dire da dove sia venuta, è una specie di incubo, un’idea fissa, un sentimento fisso che io ho cominciato a provare da ragazzo. E come faccio io a dire da dove viene? In fondo è una cosa che fa parte della vita stessa, un elemento base della vita.
Io mi ricordo anche quando da bambino dovevo staccarmi da qualcosa... Era finito un periodo, perfino quando finiva la scuola che era una gioia, nello stesso tempo avevo questa sensazione di una cosa finita per sempre e che non si sarebbe mai potuta ripetere.
Adesso lei mi domanda della morte (gli avevo chiesto, naturalmente, perché questo tema ricorresse così di frequente nella sua narrativa). Senza dubbio questa è sempre stata una delle mie ossessioni: il tempo che passa e la morte che fatalmente si avvicina. D’altra parte, soprattutto andando avanti nella vita, uno dei motivi della mia grande meraviglia è che la gente viva come se la morte assolutamente non esistesse.
A me in genere tutti quanti mi hanno sempre rimproverato “Eh, madonna, tu continui a scrivere della morte, la morte, non scrivi nient’altro”. Ma in fondo è l’argomento, il tema più importante che esista - mi sembra - dal punto di vista artistico, letterario. Anzi si può dire che sia l’unico vero tema che importa, più di tutti gli altri.
Io infatti adesso sto scrivendo un libro - ma non è mica un saggio filosofico, per carità, è una cosa di carattere narrativo - in cui la morte è il tema fondamentale. La cosa che mi piacerebbe di riuscire a esprimere tra le altre è l'assoluta imbecillità in fondo della maggioranza degli uomini, i quali vivono (parlo del mondo occidentale, del mondo in cui vivo) come se la morte non dovesse mai arrivare.
Io trovo che soprattutto a una certa età, quando si vede della gente con i capelli bianchi, con un piede ormai nella fossa, che ancora si preoccupano dell’avvenire, si preoccupano per gli affari, spasimano perché non hanno avuto una lode, perché i giornali non parlano di loro... quando poi crepano, a un certo momento viene da ridere. Sarà crudele ma viene da ridere. Attorno a me sono capitati dei casi assolutamente grotteschi, di gente (parlo di scrittori, giornalisti...) che mettevano via i soldi, li amministravano con oculatezza straordinaria, si informavano delle Borse, si informavano del mercato immobiliare, investivano in quadri e tutto per il loro avvenire e tutto per avere una vecchiaia tranquilla e agiata... e poi, a un certo momento, avevano un colpetto di tosse, andavano a farsi vedere, e dopo quindici giorni erano sottoterra. E allora? Allora, se viene un po’ da ridere è anche umano, ecco...
Naturalmente io la traduco in forme allegoriche, ragione per cui nella maggior parte dei casi la gente non capisce.
Recentemente ho scritto un libro... no, un racconto pubblicato dal “Corriere della sera” che era intitolato, mi pare, Una visita sconcertante (il titolo non lo metto neanche io, tanto poi lo cambiato loro al giornale), che era praticamente il messaggero che porta il preannuncio della morte, e ho ricevuto due o tre lettere di gente che diceva “Ma cosa vuol dire, che cosa significa?”. Altra prova di come l’uomo alla morte assolutamente non ci pensa, perché è come una cosa estranea al suo destino. Perché se quella gente lì, che poi a giudicare dal contesto erano degli uomini di una certa età, se veramente avessero avuto l’idea della morte come tutti dovrebbero avere... però non in forma di angoscia, di incubo, ma in forma di consapevolezza. Io credo che in certi posti dell'oriente ci sia molto di più questa coscienza che non da noi e che la morte faccia meno terrore.
Quando uno ci pensa per tutta la vita, a un certo momento arriva e dovrebbe avere il mio terrore. Mentre qui da noi, invece, ogni volta che ci si imbatte nella morte sembra che crolli il mondo, una cosa assolutamente inaspettata, una cosa di un'ingiustizia orrenda, senza contare che poi dopo due giorni tutti sono tranquilli come prima. Invece un’altra cosa grottesca della morte da noi è che quando uno muore è una tragedia, pianti, disperazione, tutto è finito eccetera, passano ventiquattr’ore e tutto torna come prima e tutti se ne fregano completamente.

IL FANTASTICO.

E' una mia vecchia convinzione - per carità nessuno me l’ha insegnata - che quando c’é da trattare una materia fantastica il linguaggio deve essere piano, semplice, lineare, quasi burocratico, cronistico insomma. Perché? Perché bisogna dare a questa invenzione fantastica la massima possibile consistenza realistica. Una prova di questo che dico è che tutti i grandi pittori del fantastico hanno dipinto sempre in forma molto precisa, quasi meticolosa, quasi leccata, quasi fotografica. Esempi: dal vecchio romantico tedesco Friedrich a Füssli, anche quello del secolo scorso, per arrivare fino ai nostri grandi surrealisti, primo fra i quali Giorgio De Chirico. Il quale Giorgio De Chirico la sua metafisica la esprime attraverso una pittura molto molto precisa, sia che dipinga le piazze d'ltalia sia che dipinga i manichini o i cavalli sulla riva del mare o questi interni metafisici con la soffitta piena di oggetti strani e eterocliti. E così gli altri surrealisti: Magritte, Max Ernst, il più valido, Delvaux o Dalì - il primo Dalì, s’intende. Sono cose molto precise. E poi gli stessi pittori quando si mettono a dipingere in modo più libero, più pittorico, ecco che tutta questa atmosfera magica si va spappolando completamente. Ad esempio l’ultimo Max Ernst, che per mio conto non dice assolutamente più niente: si è messo a fare dei giochi anche elegantissimi, preziosi, di carattere pittorico e quello che una volta riusciva a dire adesso non lo dice più. Lo stesso succede in campo letterario: per dare forza magica alle cose e alle persone, bisogna che esse siano descritte fino all’ultimo pelo, per modo di dire. Una riprova in campo letterario la si ha nei racconti di Poe, che sono scritti in uno stile molto semplice, con descrizioni dettagliate e precise, per cui queste immagini strane e apparentemente incongruenti si presentano al lettore in tutti i minimi particolari. Un esempio negativo invece è quello di Lovecraft, che molti critici portano adesso alle stelle e che invece per me è uno scrittore di secondo se non di terz'ordine. Ha scritto dei racconti del terrore, adottando spesso un linguaggio faragginoso, esagitato, un linguaggio fantastico raccontando cose fantastiche e così tutto va a ramengo.

IL FANTASTICO E LA FANTASCIENZA

Quello che lei mi dice (gli avevo accennato alla componente sociologica di certi racconti di fantascienza americani della fine degli anni Cinquanta) è una estensione del concetto di fantascienza molto interessante, non discuto, che però ha dei confini molto elastici.
Tutta la letteratura fantastica che sia valida, benché racconti delle cose inverosimili, può essere considerata fantascienza perché si propone di parlare dell’uomo così com'è: non tanto dell’uomo di adesso ma dell’uomo eterno, che io praticamente non credo che cambi granché attraverso i secoli...
Io non sono un lettore di libri di fantascienza, lo confesso. Forse il libro meno valido che ho scritto è proprio quello che si intitola Il grande ritratto. Una macchina (che si comporta mentalmente e anche sensorialmente come l’uomo) ha creato il contenitore adatto perché si determini il fenomeno che comunemente viene chiamato anima. E allora in questa specie di cittadella arroccata in una valle solitaria delle Alpi nasce veramente una creatura umana, con un’anima da donna vera; e trovandosi però imprigionata in un mostro meccanico impazzisce, perché, avendo l’anima e la testa della donna come gliel’hanno fatta, vorrebbe comportarsi come le altre donne e quindi fa di tutto per distruggere se stessa. E ci riesce: lei non può distruggersi, naturalmente, ma riesce a far sì che un’altra persona la distrugga.
Io non ci tengo particolarmente a essere uno scrittore fantascientifico, però Il grande ritratto si può definire un romanzo di fantascienza: fantascienza vecchio stile ma sempre fantascienza. Una persona di cui non ricordo il nome ha tirato fuori una trentina dei miei racconti che secondo lui sono fantascientifici o simili alla fantascienza, e che sono tutte cose fantastiche riferite alla vita di adesso. Non so, come Il disco si posò, o come Cacciatori di vecchi, quella storia del motociclista a cui danno la caccia; oppure quella serie di racconti che c’era nel Colombre, Viaggio negli inferni del secolo.

LA PITTURA

Se mi chiedono se io dipingo per hobby io rispondo no, che non dipingo per hobby: io quando dipingo continuo a fare lo stesso mestiere di quando scrivo, cioè faccio esattamente la stessa operazione mentale se non vogliamo dire presuntuosamente artistica. Solo che da una parte mi esprimo con delle parole e dall’altra mi esprimo con dei disegni e dei colori.
Naturalmente io questa cosa qui l’ho fatta fin da quando ero ragazzo, anzi ho cominciato a disegnare e dipingere prima che a scrivere, ma in pratica poi... il mio mestiere di scrittore e giornalista ha fatto sì che per tutta la vita mi sono applicato alla scrittura più che alla pittura. Ed è logico che nella scrittura ho guadagnato un mestiere che nella pittura mi manca o perlomeno è molto meno ferrato. Nel disegno credo di cavarmela abbastanza bene; il disegno è una di quelle cose che difficilmente si insegnano, uno ha un bel studiare disegno, se non è nato per disegnare non riesce a combinare un bel niente; mentre nel dipingere, nell’uso dei colori, esiste un mestiere che a me nessuno ha insegnato, e quel poco che riesco a fare ci riesco attraverso un’esperienza, attraverso prove, attraverso sbagli e così via che mi sono capitati. Quindi in molti quadri miei si può notare una certa timidezza o inesperienza di carattere pittorico. Ma nel mio caso non ha poi una grande importanza perché il succo dei miei quadri non è la pittura-pittura ma è appunto una storia, e posso benissimo riuscire a raccontare una storia sulla tela o sul cartone o su una tavola anche senza fare sfoggio di virtuosismi coloristici. Già in bianco e nero il risultato può essere apprezzabilissimo.
Di questa mia abilità, se posso dire così, di questa mia vaga capacità di disegnatore, ho approfittato per scrivere un libro che da tanto tempo avevo in mente di fare, cioè un racconto, un lungo racconto, fatto attraverso le immagini. Io l’ho intitolato Poema a fumetti perché questa parola “poema” faceva un vivo contrasto con la deprecata parola “fumetti” e mi sembrava un titolo abbastanza spiritoso. Ma in realtà non è che il mio sia proprio il fumetto classico, è un fumetto piuttosto irregolare, eterodosso: intanto perché in ogni pagina c’è un’immagine sola - tranne eccezioni - e l’uso dei fumetti che vengono fuori dalla bocca è ridotto al minimo. Per lo più invece ci sono delle didascalie scritte dentro nel disegno. Però questo libro, che ha avuto accoglienze molto varie - ed era anche logico che le avesse - è andato abbastanza bene.

DIPINGERE LE DOLOMITI

Le montagne di Barnabo delle montagne io non le ho mai dipinte; credo che non sarei capace di dipingerle, come nessuno fino ad ora è stato capace di dipingere le Dolomiti. Non so bene per quale motivo ma non c’è stato mai pittore al mondo che sia riuscito a dipingere bene le Dolomiti. Perché o realizzavano il colore e mancava la struttura - che è importantissima perché la personalità della montagna è data dalla struttura - o c’era la struttura del disegno - come in quei bellissimi disegni dell’inglese Compton del secolo scorso - ma il colore non esisteva. Ora, il colore delle Dolomiti è un colore particolarissimo che non si può descrivere a parole e che evidentemente è estremamente difficile da realizzare con la pittura. Quelle che dipingo io quindi sono delle montagne di altro genere rispetto a quelle di Barnabo... ma poi non è che dipinga molto, io, delle montagne: di solito le montane che dipingo sono degli sfondi, delle cose così, un pochino fantomatiche, non hanno nessuna pretesa realistica.

L’EROTISMO

Se mi si domanda perché l’erotismo, l’amore, è venuto fuori solo tardi e sporadicamente, nel romanzo Un amore e figurativamente nel Poema a fumetti , io veramente non so rispondere. Evidentemente io non avevo in precedenza quella sollecitazione. Perché? E chi lo sa... Non lo so: confesso di non saperlo.
E ’ chiaro però che nel disegno l’elemento erotico è facile che spunti fuori. Perché, che cos’è che... io faccio sempre un ragionamento: vedo tutti questi pittori, la maggioranza dei pittori moderni, che si guarda bene dal dipingere delle belle donne, soprattutto nude. E io mi domando: che cos’è che cerca di fare un pittore? Un pittore cerca di fare il quadro che più teoricamente gli piacerebbe vedere appeso al muro. Ogni pittore ha il suo miraggio: il miraggio di ogni pittore è di fare il quadro più bello del mondo. Che cos’è il quadro più bello del mondo? Il quadro più bello del mondo è il quadro che lui massimamente vorrebbe contemplare appeso a una parete. Ora io mi domando: che cos’è che massimamente piace all’uomo di vedere, senza possibilità di discussione? La cosa che massimamente all’uomo piace vedere, all’uomo normale, è una bella e giovane donna nuda. Come si spiega che adesso nessuno più dipinge giovani e belle donne nude? Mi viene il serio sospetto che sia perché dipingere giovani e belle donne nude è molto difficile, è molto più difficile dipingere bene una donna nuda che fare dei mostri come si usa fare adesso, dei mostri urlanti, vocianti, tramortiti, suppliziati e così via. E' un fenomeno curioso, perché anticamente, perfino all’epoca della controriforma, che doveva riempire il mondo di santi, di madonne e di crocefissi, i pittori facevano dei bei nudi, no? No, adesso nessuno più, escluso: i mostri più orrendi, gli uomini cancerosi, ridotti a larve, mascheroni impazziti... donne, nessuno ne fa più. E’ raro, rarissimo. Evidentemente c'è qualcosa che non funziona, qualcosa di sbagliato...
Per tornare... nel disegno è chiaro che uno dei soggetti istintivamente più gradevoli da fare è un nudo. Quindi l’affiorare dell’elemento erotico nel mio libro Poema a fumetti è molto più giustificabile e spiegabile che non il tardivo affiorare dell’elemento eros nella mia narrativa.
Prima non me n’ero occupato perché? Mah! Non è che io fossi completamente impotente, prima. Chissà perché uno a un certo momento scrive le cose che gli vengono da scrivere. Sarebbe la cosa più cretina di questo mondo se io mi fossi preoccupato di dire “ma come, io non mi occupo d’amore, scriviamo d’amore...”. Se non mi veniva di scrivere d’amore vuol dire che non mi veniva di scrivere d’amore. Quindi a questa domanda, a cui evidentemente neanche il lettore può rispondere, io non sono in grado di dare una risposta.

LA FEDE

Io sono stato educato cattolicamente; mia mamma era cattolica - non beghina - e ci ha educati tutti quattro fratelli cattolicamente; io però adesso non credo in Dio e non credo nell’aldilà, sono sicuro che dopo la morte non c’è niente. Mi si dice: perché scrivi tante volte dell’aldilà? Perché ti fai delle fantasie riferite all’aldilà? I motivi sono due: uno, perché vorrei che ci fosse, quindi in questi miei scritti c’è una forma di rimpianto, di nostalgia, di desiderio di una cosa che non c’è; secondo perché molte volte, e non solo per me ma per una quantità di altri scrittori, l'aldilà consente situazioni drammatiche molto efficaci sia come vicende in sè sia come allegorie. Altri mi domandano: perché tu parli in fondo sempre di Dio, Dio qua, Dio là, di santi, eccetera? Probabilmente, perché vorrei avere una fede che a me adesso riesce impossibile. Perché è chiaro che se uno ha una vera fede (mica quella di andare a chiedere a Sant’Antonio da Padova di ritrovargli il borsellino), uno che ha una vera fede di fronte alla vita ha una forza strepitosa... che io non ho.

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(Questa intervista è stata registrata nell'ottobre del 1971; Dino Buzzati è morto poco più di tre mesi dopo, il 28 gennaio 1972, in una cIinica milanese).

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