Dicono di lui --> Il Falcone Maltese

DAL CINEMA AL LIBRO

Intervista di Marina Rota

Uomo di cinema prestato alla letteratura, così si definisce Corrado Farina, scrittore torinese di gialli e autore di film e sceneggiature. Amante della Storia, protagonista anche del suo ultimo libro, Il cielo sopra Torino, si diverte a colmare i buchi neri rimasti e a proporre nelle sue trame varianti credibili di fatti realmente accaduti. Ecco cosa ha raccontato a noi de Il Falcone Maltese.

I tuoi sono, se mi passi la definizione, gialli "colti", ricchi di riferimenti letterari e cinematografici. Si nota un tale gusto per il racconto, che il delitto risulta quasi incidentale. Non fa eccezione questo Cielo sopra Torino, in cui trasmetti qualcosa di più delle emozioni a forti tinte.

Probabilmente, io non sono un vero scrittore di "gialli", anche se era riconducibile a questo genere il mio romanzo d'esordio, Un posto al buio: ed è stato bene che lo fosse perché scrivere un romanzo era per me un'esperienza inedita e il "giallo" mi dava una sorta di "schema di base", di "griglia", di "binario" su cui muovermi, un delitto, un'inchiesta, la soluzione del "caso" e la punizione dell'assassino. Poi, di anno in anno, la componente "gialla" in senso classico, diciamo alla Conan Doyle o alla Christie è diventata sempre meno importante e ormai, forse, la utilizzo più che altro come pretesto per parlare di altre cose che mi interessano di più, come la Torino sotto i bombardamenti dell'ultimo libro. Del resto, credo di essere in buona compagnia: ormai la definizione di "romanzo giallo" è diventata come un grande ombrellone che copre territori molto vasti e diversificati.

In questo romanzo descrivi minuziosamente la città sventrata dai bombardamenti, avvilita dallo sciacallaggio, percorsa dalla paura e dalla disperazione. Come e dove sei riuscito a documentarti in modo così puntuale, anche nei dettagli della vita quotidiana?

Per la prima volta ho scritto di un tempo che non ho vissuto in prima persona, e il lavoro di documentazione è stato indubbiamente più complesso del solito. Per fortuna esistono molti libri sulla vita quotidiana durante il fascismo e sulle vicende belliche, senza contare i microfilm delle annate de La Stampa e il ricorso a una gran quantità di "memorie" cinematografiche e fumettistiche che già possedevo.

Il commissario Olivieri è disgustato all'idea di sparare sui soldati fuggiaschi che in fondo avevano solo la colpa di voler salvare la pelle, e si fa assegnare agli orti di guerra. La sua pietas conferisce un profondo spessore al personaggio. Possiamo definirlo il tuo alter ego?

Assolutamente sì. Come lui, non credo che avrei avuto le stimmate dell'eroe, necessarie per prendere una posizione di aperta ribellione al regime, ma probabilmente mi sarebbe stato impossibile obbedire a certi ordini e avrei cercato di "defilarmi" come fa Olivieri. Anche se poi non è mai possibile dire come si reagirebbe in certe situazioni: il finale de La grande guerra di Monicelli, con i due lavativi che si comportano da eroi, è uno dei più belli della storia del cinema.

Ami così profondamente Torino da renderla protagonista di tutti i tuoi romanzi. Lansdale ha recentemente confessato che un giallo in Italia potrebbe ambientarlo solo a Torino, per il suo aspetto "oscuro". Argento sta girando in città il suo ennesimo film. Avverti anche tu il fascino inquieto, un po' esoterico, della città?

Mah. Secondo me questa fama di Torino "città maledetta" e "vertice del triangolo nero" è più una leggenda metropolitana che altro. Il nero, se mai, è il colore del tempo in cui viviamo, delle sue contraddizioni, della violenza repressa che esplode nelle forme e nei luoghi più diversificati. No, tutt'al più possiamo dire che le forme di devianza e/o di follia si notano di più in una città pragmatica e calvinista come Torino che in una come Roma, molto più levantina e flessibile. Per quanto mi riguarda, io torno spesso a Torino nei miei libri perché, nonostante ne sia venuto via da quasi quarant'anni, continuo a pensare di appartenerle di più che a Roma. Chiamala ricerca delle radici o, se vogliamo nobilitarla, " recherche du temps perdu".

Ami spesso ambientare i tuoi romanzi nel passato. Non trovi interessante il presente?

Per certi versi lo trovo non solo interessante ma affascinante, per altri assolutamente detestabile. Mi affascina ad esempio il vorticoso gorgo dei progressi della scienza e dell'elettronica, anche se non sono affatto certo che ci conducano sempre nella direzione giusta. Detesto il culto oggi imperante dell'immagine, dei soldi e del potere, piango la perdita di beni inestimabili come la discrezione, l'etica e il senso dello Stato. Anche se poi il confronto con il passato non può che essere sghembo, poiché lo conosciamo solo per sentito dire e in modo parziale, mentre il presente lo viviamo sulla nostra pelle, giorno per giorno.

In Giallo antico hai fatto incontrare due illustri contemporanei, Salgari e Pastrone. Ti piace, giocare un po' con il destino?

Sì. Mi piace soprattutto "riempire" i "buchi neri" della storia, rispettando però tutti i dati conosciuti e immaginando delle varianti che forse non sono state reali ma per quanto ne sappiamo potrebbero esserlo state. Vedi il suicidio di Salgari, che nel mio romanzo diventa un omicidio premeditato a scopo di lucro: forse non è stato così, ma avrebbe potuto benissimo esserlo.

Come avranno già commentato molti prima di me, la tua è una scrittura visionaria, assolutamente cinematografica, in cui ci si sente coinvolti nell'azione, e pare di percepire l'odore acre del sangue e del gas. Una sceneggiatura già pronta per un film.

Non mi meraviglia. Prima ti ho detto che non sono uno scrittore di gialli, ma forse, a conti fatti, non sono neppure uno scrittore: i miei romanzi nascono pensando al cinema, a come verrebbe strutturata quella storia in un film e a quali immagini mi si offrono alla mente con maggiore pregnanza, salvo poi "tradurre" queste immagini in parole, frasi e capitoli scritti. Il primo romanzo, Un posto al buio, è addirittura derivato "a posteriori" dalla sceneggiatura di un film che è arrivato alla vigilia delle riprese verso la metà degli anni Ottanta, e che doveva essere prodotto da Franco Cristaldi. (Le vicende per cui il film non si è poi fatto, se a qualcuno interessa, sono raccontate in un "pamphlet" intitolato Lo stupro, reperibile sul mio sito Internet). Solo dopo che il progetto è andato a monte, su suggerimento di mia moglie mi sono deciso a scrivere la storia in forma di romanzo. E anche tutti quelli che sono venuti dopo prendono forma come film potenziali prima che come racconti scritti.

Nel tuo romanzo si tocca anche il tema del voyeurismo. Tuttavia, questa non è l'unica perversione che hai descritto sia nei romanzi, che nei film. In quale misura l'erotismo ispira la tua creatività?

Il sesso è un'altra di quelle cose che a Torino (o quantomeno nella "mia" Torino) "si fanno ma non si dicono", e di cui comunque non sta bene parlare. E' logico che, quando crolla una diga, l'acqua irrompa con una certa virulenza, e che quindi tutte le forme di devianza rispetto al perbenismo di partenza (io preferirei questa definizione a quella di "perversione") risultino più intriganti. Con tutto questo, non mi sembra di essere diventato un monomaniaco. Il calzolaio ha molto più a che fare con il plagio che con il feticismo; e Politicamente scorretto, un mio romanzo sugli omosessuali che ho scritto prima de Il cielo sopra Torino e non ha ancora trovato un editore, riguarda più le contraddizioni della società contemporanea nei confronti dei gay che i gay.

Hai affrontato, cinematograficamente, l'affascinante mito del vampiro. Chi sono secondo te i vampiri dei nostri giorni?

A questa domanda credo di avere già risposto prima, quando si parlava del presente e del passato. E a conferma del fatto che viviamo in tempi sciagurati posso dirti che il mio Hanno cambiato faccia (che è del 1971 e dopo aver vinto il "Pardo d'oro" a Locarno era invecchiato molto rapidamente, come quasi tutti i film del "dopo-68"), sta conoscendo una nuova giovinezza. Negli ultimi anni mi è stato richiesto da molti Festival e Rassegne, e in primavera ne usciranno versioni DVD in Italia e probabilmente in Germania. Credo che questo dipenda anche dal fatto che l'ingegner Nosferatu (il rimpianto Adolfo Celi, protagonista del film e metafora del potere globale) negli ultimi anni ha trovato una sua nuova, esemplare incarnazione...

Hai poi deciso se ti senti di più un uomo di cinema prestato alla letteratura o uno scrittore prestato al cinema?

Un uomo di cinema prestato alla letteratura, certamente. Ma devo aggiungere che la scrittura è comunque una cosa meravigliosa, quasi come il cinema e addirittura più del cinema per la straordinaria libertà che ti lascia. Se fai un film devi venire a patti con una quantità di interlocutori, per ragioni di tempo, di soldi, di divergenze di opinioni; se scrivi un libro, invece, te la devi vedere solo con il tuo computer. Salvo poi non riuscire a trovare un editore e dover tenere nel cassetto un romanzo che ti piacerebbe portare, nel bene o nel male, alla conoscenza di altri. Ma questo, in fondo, è un problema che riguarda anche i film.

(Versione integrale di una intervista pubblicata con molti tagli da Il Falcone Maltese nel febbraio 2007).

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