Baba Yaga: le recensioni

FIABESCA METAFORA DAI FUMETTI DI CREPAX
(Giovanni Grazzini, Corriere della sera, 2 novembre 1973)

Occhio a Corrado Farina. Nel panorama del cinema italiano, dominato dall'estetica del realismo, il regista torinese che esordì con Hanno cambiato faccia, premiato nel '71 a Locamo ma visto da pochi, sbandiera con pochi altri (Bava, Brass, Questi) i diritti dell'immaginazione, del surreale e dell'assurdo, valori tanto più meritevoli d'ossequio, sia pure passati al filtro del sarcasmo, quanto più s'offrono anche come strumenti d'una critica al sistema e al costume. Memore delle proprie esperienze professionali, e ispirandosi al più celebre fumetto italiano, "Valentina" di Guido Crepax, Farina prende oggi di petto quel mondo dei fotografi pubblicitari e dei registi di caroselli che bene attesta l'alienazione della vita moderna, e dove il conflitto fra artificio e realtà provoca incubi e angosce da curare coi tranquillanti, e inguaribili contraddizioni nutrite dal velleitarismo rivoluzionario.

Valentina, giovane fotografa che all'apparenza vive libera e spregiudicata nel suo atelier ultramoderno, ha qui un incontro imbarazzante nella Milano notturna con una signora misteriosa cui attribuisce facoltà soprannaturali. Baba Yaga, questo il suo nome, mostra un amore morboso verso la ragazza, e a gran fatica costei resiste al suo sguardo magnetico. Come teleguidata, e tenuta sotto controllo da una bambola malefica che finirà col prendere carne ed ossa, Valentina attraversa così incredibili peripezie: quando la sua macchina fotografica si trasforma in un occulto veicolo di morte, alla paura s'aggiungono i rimorsi e le allucinazioni, durante le quali si crede vittima dei nazisti e si vede nei panni d'un aguzzino prussiano. Né Arno, un regista suo amico, sa molto aiutarla facendo appello alla ragione: il richiamo della strega, avvolta di veli e ragnatele in un cadente villino liberty, è più forte del buonsenso. Sicché Valentina finisce col dar credito al proprio inconscio, e col consegnarsi ai deliri sado-masochistici dell' Ignota Viziosa. Finché Arno corre a salvarla, e il castello dei sogni precipita nel nulla. Allora l'ordine, simbolizzato dai carabinieri, torna ad avere il sopravvento, forse più terrificante della magia nera.

Fiabesca metafora dei nostri malesseri. Baba Yaga conduce una polemica anche politica, ironizzando sui cineasti impegnati e l'emancipazione femminile, con un mordente spettacolare innegabile, accresciuto dai frequenti richiami al gusto del cinema dell'orrore (basti la citazione dal Golem di Wegener) e dalle molte implicazioni psicanalitiche e feticistiche del racconto. Probabilmente, sotto questo aspetto, il film sovrabbonda di significati e di strizzate d'occhio Anche a non raccogliere tutte le talvolta confuse proposte di Farina, che peraltro accusa i produttori di averlo manipolato, col suo stile che bene compenetra il realistico e l'onirico, il film riesce comunque ad avvincere il pubblico, sia quello popolare, colpito dai gotici arabeschi del gioco minaccioso, sia quello sofisticato dei fumetti, più soddisfatto del modo con cui Farina trasferisce sullo schermo le virtù visionarie di Crepax, e il suo segno asciutto, di quanto non fosse accaduto con Barbarella di Vadim.

L'eccellente scenografia della Mafai, la fotografia di Parolin e la musica di Umiliani, messe intelligentemente al servizio della efficace recitazione di Carrol Baker (la strega), di Isabelle de Funès (Valentina) e di George Eastman (l'Arno in cui il regista s'identifica), sono elementi primari della riuscita del film. Che dunque in uguale misura si sconsiglia ai deboli di fantasia e si raccomanda a quanti, dietro la facciata dell'ovvio e del banale quotidiano, sentono vibrare le arcane presenze in cui si proietta l'insicurezza dell'epoca, e l'esorcizzano col sorriso.


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